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Il lavoro di Silvia Sanna sembra aver materializzato il pensiero di Sarte nell’affermazione che le cose diventano realtà quando il corpo le raggiunge. Le sue non sono cose in generale ma scelte tra i vari spazi domestici della sua abitazione e rappresentano l’identificazione della sua realtà quotidiana. Suscita una profonda tenerezza vedere quanto sia legata al suo ambiente, tanto da innestare le lunghissime trecce nei tessuti inorganici degli arredi. L’allaccio con l’elemento di una precisa stanza rappresenta una connessione tra luogo e anima, natura e cultura, a partire dal midollo del suo DNA fino a concentrarsi nell’incontro di una qualsiasi superficie. Più o meno morbida non fa differenza, l’importante è connettersi, impiantare le radici ed essere una sola cosa con l’ambiente della sua casa. I capelli, estensione del corpo e dell’anima, creano nell’azione tentacolare un ponte energetico che compenetra e si fonde quasi a corrompere l’oggettività delle cose. L’investimento di energia configurato nel contatto più intenso con gli oggetti, traccia un’area di orientamento costante ed efficace, dove potersi riconoscere. In questa “zona di esperienza” si percepisce materialmente e psicologicamente l’integrazione con la cosa esterna, nel mostrare l’insieme di una struttura più potente e forte.

Oggetto e soggetto insieme, nell’immutabilità di un’espressione o di uno sguardo, il nuovo ibrido si presenta come corpo vivente, immobilizzato in un ideale isolamento per tutelare la propria sfera di appartenenza. Tuttavia il corpo dell’artista ha ancora un margine sufficiente di movimento tanto da permetterle di affrontare le funzioni che un particolare mobile le suggerisce. Sdraiarsi, ripararsi, appoggiarsi, sono abitudini e atteggiamenti con le quali modella l’ambiente e se stessa. Questo spazio scolpito porta la traccia di sentimenti che fanno dell’ambiente un rifugio dove prendere coscienza di sé. Con il portare avanti nelle varie fasi del pensiero la progettualità di un’avventura coinvolgente come l’esistenza, il suo punto di vista occupa e mantiene una posizione coerente. Nelle immagini la luce paritaria e diffusa aiuta a rendere il messaggio nitido, rintracciabile nello sfondo di una parete in cui si snoda la sua storia, scenario di un arredamento vissuto come protesi. Silvia Sanna nei suoi autoritratti mostra le prerogative primordiali e inviolabili come dignità, identità, privacy e autodeterminazione, mentre giocano con l’ironia in un momento di forte affermazione. Un terreno privato e individuale che si apre solo grazie all’arte, offerto come struttura profonda di una poetica dove scopriamo di non essere del tutto estranei.

Testo di Nikla Cingolani

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