meritocrazia

 

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Massimo Tommolillo, esperto in marketing e management, nel volume L’organizzazione umana del 2012 ha posto al lettore delle domande che di certo hanno attraversato anche la mente dall’artista Silvia Sanna: “Ci chiediamo mai che cosa comporti non avere meritocrazia in politica, nelle grandi aziende, negli ospedali, nelle università? Abbiamo mai riflettuto sul fatto che in una società non meritocratica, l’individuo non è padrone del proprio destino in quanto questo sarà deciso da padrini più o meno benevoli? Abbiamo mai riflettuto sul fatto che in una società non meritocratica l’uomo è impotente e cosa più grave, percepisce questa situazione come un muro difficilmente valicabile?”. La generazione indagata dalla fotografa sarda è quella contemporanea, costituita dai figli di coloro che non hanno conosciuto guerra, da giovani cresciuti con solide aspettative e la ferma convinzione che rispettando le regole e componendo con dedizione il proprio percorso formativo, il futuro sarebbe stato brillante. Purtroppo la realtà si è dimostrata diversa da qualsiasi previsione. Nel 1999 è apparso per la prima volta il termine neet, l’acronimo di not in education, employment or training. Oggi vengono così denominati quasi due milioni e mezzo di ragazzi che non studiano, non hanno un’occupazione e sono talmente sfiduciati dall’attuale situazione socio-economica da non provare nemmeno a cercarla. Tiziana De Giorgio in un recente articolo di Repubblica ha ribadito con amarezza: “Fino al Ventesimo secolo questa voce non esisteva. Oggi è usata da tanti istituti di ricerca per raccontare una deriva talmente grande – anche in termini di perdite economiche e di spreco di capitale umano – da spingere più studiosi a parlare di generazione perduta”. Difatti sono sempre più numerosi i trentenni che sebbene abbiano conseguito la laurea, partecipato a corsi di specializzazione, portato avanti tirocini oltre i termini per cui possano essere definiti semplicemente un periodo di formazione utile all’inserimento nel mercato del lavoro, si ritrovano a vivere un’esistenza sospesa nel limbo del precariato. Si tratta di adulti che non riescono a vedersi tali, di uomini e donne disillusi, repressi e mortificati da condizioni di lavoro al limite del decoro e della legalità. Si tratta del 66% di persone tra i 18 e i 34 anni che dormono ancora nella stanza dell’infanzia, stese su quel letto adolescenziale che rende faticoso immaginare un futuro, una famiglia e dei figli da educare in un mondo tanto iniquo. Si tratta di supereroi che ogni giorno sostengono fra coraggio e delusione il peso di fallimenti che non hanno nemmeno fabbricato, ma comunque erodono inesorabilmente l’autostima.

Il trittico proposto da Sanna è stato realizzato da uno sguardo disincantato che però lascia rimbombare fra opera e fruitore delle domande strazianti: l’Italia non è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro? Secondo la Costituzione Italiana il lavoratore non ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza dignitosa? Gli ostacoli etici e di ordine socio-economico non limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana?

Testo di Valentina Falcioni

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